Tre nobili beneventani fondatori del monastero di S.Vincenzo al Volturno

Paldo, Tato e Taso sono i fondatori dell’antico monastero longobardo di San Vincenzo al Volturno.

Ambrogio Autperto (740-784), un illustre monaco franco, autore di sermoni e di un commento all’Apocalisse conservato in un manoscritto della fine dell’VIII inizio IX secolo nella Biblioteca Capitolare, racconta in un’altra sua opera, della vita di questi tre santi beneventani. Altre notizie le fornisce il monaco Giovanni, ca. 1130. Da essi apprendiamo che tre nobili beneventani, Paldo, Taso e Tato, probabilmente in contrasto con la corte ducale di Benevento al tempo del duca Gisulfo (689-706), forse per motivi politici o perché motivati da ideali religiosi, seguire Cristo in piena povertà, lasciarono la città e si incamminarono verso la celebre abbazia di Farfa. Lì furono accolti da Tommaso di Morienne, abate di quel monastero, che intuì la loro scelta di vita ascetica: li tenne nel suo monastero per un’esperienza di vita e di riflessione.

L’abate Tommaso, come per un’ispirazione venuta dall’alto, avuto in dotazione dal duca Gisulfo un vasto territorio presso le sorgenti del fiume Volturno, affidò ai tre fratres questa tenuta con il compito di far sorgere in quel luogo un monastero. Esso doveva realizzarsi presso una chiesa diruta dedicata a S. Vincenzo Diacono, un santo che subì il martirio a Saragozza al tempo di Diocleziano. Questa proposta trovò il compiacimento dei tre giovani. Essa costituiva per il ducato longobardo una garanzia dei confini in quella zona di recente acquisizione. La prospettiva della  realizzazione di un monastero fece nascere nei tre religiosi uno zelo e un impegno che con l’aiuto di altri confratelli portarono, agli inizi del secolo VIII, alla fondazione del cenobio di S. Vincenzo.

Primo abate fu Paldo nel 703. Dotato di grande equilibrio, di mitezza e di amore alla povertà, egli fu una guida nella direzione ascetica e nell’attività lavorativa per bonificare e dissodare i campi circostanti, secondo lo spirito benedettino. Egli morì verso l’anno 719 e gli successe Taso. Piuttosto inesperto nella responsabilità abbaziale, egli portò nella comunità un indirizzo fatto di rigore e di austerità nella disciplina e nella penitenza, per cui fu obbligato a lasciare e cedere il posto al fratello Tato. Il gesto non fu accettato dal pontefice Gregorio II per cui venne reintegrato Taso. Ovviamente in lui si maturò uno spirito di moderazione riservando soltanto per sé l’asprezza della penitenza e il rigore ascetico. Morì santamente nel 729. A lui successe il fratello Tato fino alla sua morte avvenuta verso l’anno 739.

Il monastero, infatti, ebbe momenti di grande splendore con l’abate Giosuè (792-817) e con Epifanio (824-842); ma subì anche prove fortemente drammatiche con l’assalto di Saw-dan, emiro di Bari, nell’861, assalto descritto con toni fortemente veristici: uccise  centinaia di monaci sui i cui cadaveri, seduti, con i calici sacri in mano, essi brindavano ferocemente. Un’altra strage avvenne nell’881, quando oltre 500 religiosi furono ferocemente sgozzati dai Saraceni.

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