Il canto beneventano

Il repertorio che chiamiamo “beneventano” è costituito dalla musica liturgica dell’Italia meridionale latina prima dell’ imposizione del canto gregoriano. 

La storia dei Longobardi si riflette anche nella musica: esiste un altro canto antico longobardo, quello ambrosiano di Milano, ossia dell’antico regno Longobardo di Pavia, che aveva giurisdizione su Benevento fino al secolo VIII. Nonostante le numerose differenze, i canti beneventano e ambrosiano hanno tanti e tali elementi di rassomiglianza da poter dedurre che le zone longobarde, quella del Nord e quella del Sud, avessero una liturgia e una musica comune. Tutto questo non solo fa riconoscere l’antico legame “longobardo”, ma serviva all’epoca a proteggere il canto locale, che, sotto l’auctoritas di s. Ambrogio, riuscì per un certo tempo a far fronte all’influsso del canto liturgico romano che portava il nome di S. Gregorio, canto gregoriano.

Nella Chiesa di Santa Sofia si sviluppò il rito beneventano con il suo canto. Sotto Arechi II il ducato di Benevento, il canto beneventano è già in uso. Fu proprio Arechi che nel 760 volle in Santa Sofia le reliquie dei Dodici Santi Fratelli, per le quali fu composta la liturgia.

Un momento decisivo per l’abbandono del  canto beneventano può essere individuato nel 1058, quando il Papa Stefano IX, già abate di Montecassino, vi ritorna e proibisce il canto così detto “ambrosiano”, perché lo trova “barbarico”. Con papa Vittore III, Desiderio di Benevento, si raggiunse l’apice della fama e del potere di Montecassino; fu proprio con lui, beneventano, che si ebbe la completa soppressione del canto beneventano, che rimane solo una gloriosa memoria dell’antica cultura longobarda.

Il canto beneventano presenta una notazione neumatica propria. I neumi, ossia segni notazione, avevano  aspetto di accento, l’acuto significava l’elevazione di voce, il grave l’abbassamento, il circonflesso elevazione e successivo abbassamento della voce. Nel secolo XI appare un rigo rosso, nei secoli successivi si aggiungono un secondo, un terzo e un quarto rigo, con segni quadrati e romboidali. La notazione senza rigo è detta adiastematica, quella con rigo e righi diastematica. La  notazione beneventana più antica è adiastematica. 

Il Messale antiquum, ms. 33, è il codice più antico e risale al X secolo. I manoscritti  più importanti per il canto beneventano sono quelli conservati nella Biblioteca Capitolare di Benevento (Benev. 33, 38 e 40) di origine sofiana.

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