La cultura nell’VIII e IX secolo

All’ambiente longobardo, e non a quello franco, bisogna accreditare il più antico documento che parla di un’organizzazione sistematica dell’insegnamento scolastico. Nel 772 in Baviera, viene emanato un decreto con cui si prescrive ai vescovi  di tenere letture  quotidiane con i preti e di organizzare le scuole diocesane. Promotrice di questa iniziativa è la corte del duca Tassilone III, in cui predomina la figura della duchessa Liutperga, figlia del re longobardo Desiderio e sorella della principessa beneventana Adelperga, moglie di Arechi II. Il più illustre esule del Nord fu Paolo Diacono. Arechi II e Adelperga, l’illuminata coppia principesca, creano un cenacolo di cultura laica e religiosa. In questo contesto, inteso come scuola palatina, operano Paolo Diacono, il vescovo Davide, Gualterio – il dotto diplomatico, arechiano – e probabilmente il franco Ambrogio Autperto, celebre abate di San Vincenzo al Volturno. Si ritiene che proprio in questo cenacolo Paolo abbia scritto la Storia Romana, su invito della sua alunna Adelperga, oltre alle varie composizioni poetiche.

Altro eminente esponente della cultura longobarda beneventana è Orso, vescovo formatosi nella scuola di corte, che per primo abbia poi aperto una scuola vescovile presso la cattedrale. Scrisse l’Adbreviato artis grammaticae, un trattato ispirato a Prisciano, a Donato e ad altri grandi grammatici dell’antichità. Fu conoscitore della lingua greca e proprio a lui, Ildemaro, il colto monaco franco vissuto a Civate (Como) ebbe a dedicare il suo De Ratione bene legendi. La sua opera, diretta evidentemente alla propria scuola vescovile, risente del fervore di studi della scuola cassinese, in cui operava un discepolo di Paolo Diacono, Ilderico; essa testimonia la continuità culturale propria della Longobardia meridionale.

Dopo alcuni decenni, intorno all’871, sotto il principato di Adelchi si ha una notizia di grande rilevanza. A Benevento vive una vera e propria accademia culturale di alto livello: 33 filosofi animano questo centro. Emerge su tutti il monaco Ilderico. L’imperatore Ludovico II che in questo periodo era a Benevento, resta stupefatto per una simile presenza culturale nel piccolo centro longobardo.  Ludovico, non essendo avvezzo a uno stile così elevato resta stupefatto da una lettera ricevuta. Scoperta la verità sull’estensore, chiede al principe il nome di tutti i filosofi che animano il centro culturale della città. Adelchi elenca tutti ma tace il nome di Ilderico perché questi non lo adulava come gli altri. Dopo aver descritto l’incontro il cronista ci presenta Ilderico in un atteggiamento di lievitazione mistica, durante la quale cori angelici, e lo stesso monaco, intrecciano lodi a Dio.

E’ il tempo, il IX secolo, in cui anonimi poeti dettano elegie funebri per i principi e per personalità illustri della città. Queste epigrafi, originariamente collocate nel paradiso o atrio delle cattedrale e poi fabbricate nella facciata della stessa furono colpite durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale.

Negli scriptorium di Benevento, di Montecassino, di San Vincenzo al Volturno, di Salerno e  di Napoli, di fronte al predominio della scrittura carolina la scrittura beneventana, resistendo all’urto, si sia elaborata ulteriormente per poi giungere con Desiderio di Montecassino, nell’XI secolo alla più ampia diffusione, persino nelle isole Tremiti e in Dalmazia.

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