San Barbato, un vescovo missionario tra i Longobardi

Barbato visse nel sec. VII, ma non si conoscono né la data di nascita né il luogo d’origine. Le tradizioni, raccolte da alcuni autori, che lo vogliono nativo di Cerreto Sannita o di Castelvenere, in provincia di Benevento, non hanno alcun fondamento. E’ molto probabile che fosse stato mandato dal papa a Benevento per controllare le diocesi. Accertata è invece la presenza di Barbato in Benevento nel momento in cui era minacciata dalle truppe di Costante II, venuto in Italia per riguadagnare all’impero di Bisanzio i territori perduti (663). Il duca Romualdo, comprendendo di non poter fronteggiare da solo il nemico, aveva chiesto aiuto al padre, il re Grimoaldo, che era subito partito da Pavia con un grosso esercito. A questo punto l’elemento storico e l’elemento fantastico si intrecciano e si fondono nel racconto agiografico della Vita Barbati in maniera tale che non è facile distinguere il vero dal falso.

La leggenda presenta i Longobardi tenacemente legati ad alcuni culti idolatrici che rappresentavano la persistenza di antichi usi nazionali: l’adorazione della vipera, un simulacro aureo che lo stesso duca avrebbe tenuto in grande onore nel suo palazzo, e la venerazione dell’albero sacro con il rito della pelle di caprone appesa ai suoi rami, che i cavalieri colpivano da tergo mangiandone poi i brandelli. In questa pratica, probabilmente di carattere più popolare, si riconosce il nucleo originario della leggenda del noce e delle streghe di Benevento, leggenda creata solo nel XVI secolo mescolando il racconto dell’albero sacro ai Longobardi della Vita Barbati con i riti delle streghe di età moderna.

Il clero cattolico combatteva naturalmente con tutti i mezzi tali usi pagani e Barbato avrebbe colto l’occasione dell’assedio, prospettato come una punizione celeste, per indurre i Longobardi ad abbandonare i loro culti peccaminosi: Romualdo si sarebbe impegnato in tal senso, se la città fosse stata liberata dalla minaccia dei Greci. L’agiografo presenta infatti la rinunzia di Costante all’assedio come opera di Barbato, esito che viene preannunciato dall’apparizione della Virgine sulle mura della città, anche se la ragione storica va ricercata nell’approssimarsi delle truppe in aiuto di Grimoaldo. D’altro canto sembra che l’imperatore bizantino fosse ancora in grado di dettare condizioni, se a garanzia del loro rispetto portò con sé in ostaggio la sorella del duca, Gisa. 

Barbato abbatté l’albero sacro e per designazione del duca e acclamazione del popolo fu eletto vescovo di Benevento, ristabilendo così la cattedra episcopale rimasta vacante, come induce a credere il silenzio delle fonti dalla fine del sec. V.

Non è chiaro dal racconto agiografico se prima o dopo aver assunto la dignità vescovile il santo riuscì ad estirpare anche il culto della vipera che il duca, nonostante le promesse, avrebbe continuato ad adorare di nascosto nel suo palazzo: ma l’episodio dovrebbe essere più tardo, perché Barbato si sarebbe giovato dell’aiuto di Teoderada, la moglie di Romualdo, da lui non ancora sposata nel 663. Secondo la Vita Barbati il santo, approfittando della circostanza che il duca era fuori a caccia, e con la complicità di Teoderada, avrebbe portato via dal palazzo il simulacro e, fuso l’oro, ne avrebbe fatto ricavare un calice e una patena. 

La sua azione fu missionaria e, pur togliendo dalla leggenda gli elementi di contorno tratti dalla Storia di Paolo Diacono, va attribuita a lui l’estirpazione degli avanzi di rituali germanici che erano sopravvissuti ad una conversione già in atto, ma non ancora totale.

Morì il 19 febbr. 682 e sotto questa data è ricordato, oltre che nel Martirologio Romano, nelle aggiunte – eseguite a Benevento verso la fine del sec. IX – al Calendario cassinese conservato a Roma nella Biblioteca Casanatense, ms 64 C:  14 luglio, dedicazione di un oratorio eretto in suo nome a Benevento. Del culto prestatogli in questa città fa fede anche un manoscritto del sec. XI della Biblioteca capitolare (cod. 38) contenente tre inni in onore del santo, nei quali affiorano gli stessi elementi della Vita Barbati.

Il corpo di Barbato fu sepolto sotto un altare della cattedrale, ma successivamente se ne perse la memoria. Fu ritrovato nel 1124 – secondo la narrazione di Falcone Beneventano, che fu testimone oculare – allorché l’arcivescovo Roffredo, restaurando l’episcopio, fece abbattere l’altare: ebbe allora solenne sistemazione nella stessa chiesa. Reliquie delle sue spoglie sarebbero tuttavia pervenute al santuario di Montevergine già all’epoca di Guglielmo I.

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