San Gennaro ritorna a Benevento

I trasferimenti di reliquie più importanti nel IX secolo sono quello di san Gennaro da Napoli a Benevento ad opera del principe Sicone, probabilmente nell’831, di s. Bartolomeo da Lipari a Benevento nell’838 ad opera di Sicardo e quello di santa Trofimena da Minori presso Amalfi, dapprima ad Amalfi stessa, poi a Benevento, a Salerno, ed infine il suo ritorno a Minori negli anni 838-840; quelli operati dal vescovo Bernardo  a Salerno negli anni 849-854.

Un trasferimento di reliquie non è mai un gesto neutrale nella cristianità medievale. Si tratta sempre di una dimostrazione particolare,operata in tal momento per provare qualcosa, conseguire uno scopo particolare. Trasferire reliquie può essere un mezzo per manifestare l’umanità, la forza, la conoscenza di una comunità in un momento di crisi, può essere un’appropriazione deliberata delle reliquie.

Il trasferimento di Gennaro a Benevento nell’831

Quando il trasferimento è segno e consacrazione di una vittoria militare è chiaramente collegato ad un conflitto, s’inserisce in un rapporto di forza, in una dialettica dell’umiliazione.

Il caso del trasferimento della salma di san Gennaro da Napoli a Benevento è realizzato dal principe Sicone (817-833) dopo la sua vittoria sui Napoletani, verosimilmente nell’831. L’avvenimento non è trasmesso dalla Istoriola dei Longobardi di Benevento scritta da Erchemperto alla fine del secolo IX, bensì dal Chronicon  Salernitanum scritto alla fine del X. L’autore salernitano riproduce, per riferire l’episodio, un brano della notizia di Stefano II (752-757) nel Liber Pontificalis: siccome Pipino III concede nel 756 la pace ad Astolfo (749-756) su richiesta di Stefano II, Sicone da parte sua la concede ai Napoletani, su richiesta del vescovo Orso di Benevento (833 – 845).

Così il racconto: il principe Sicone ordinò di radunare le truppe armate, si recò a Napoli in pompa magna, l’assediò da ogni parte e la devastò col fuoco. Dopo  qualche tempo, gli assedianti la fecero capitolare di forza grazie all’esercito dei Beneventani. Allora Orso, il vescovo eletto, pregò il principe Sicone affinché nessun male accadesse in più e che il sangue dei cristiani non venisse sparso. Sicone, principe dei Longobardi, si mostrò favorevole a quest’avvertenza del vescovo e negoziarono la pace amata da Dio; conclusero un patto scritto tra Napoletani e Longobardi e lo stesso principe portò via ostaggi Napoletani.

Lo stesso duca dei Napoletani, con tutti i suoi uomini promise sotto un giuramento terribile ed affermò in questo patto, in un documento scritto, che avrebbe pagato ogni anno il tributo che era stato stabilito tra loro e che le monete di Sicone avrebbero avuto corso per il commercio nella città in questione. E lo stesso principe Sicone prese la salma del santo martire Gennaro dalla basilica dove giaceva da tanto tempo e tornò a Benevento con gran gioia.

Un secolo prima, Erchemperto dello stesso episodio afferma che Sicone non riesce a prendere Napoli e si consegna al potere franco. Nei Gesta episcoparum Neapolitanorum, Giovanni diacono racconta che Sicone tenta di rovesciare il potere a Napoli: offre regali ad alcuni Napoletani che organizzano una congiura contro il duca Stefano III, poi lo ammazzano (marzo-giugno 832). E un po’ più tardi, del tempo del duca, Andrea II (834-840), di fronte agli attacchi del principe Sicardo di Benevento (833-839), i Napoletani ricorrono alla protezione dell’ imperatore Lotario.

L’episodio dell’831 è un negoziato forzato dalle circostanze militari: assediati, vinti, costretti da un terribile sacramentum, i Napoletani  non sono schiacciati e rimangono un avversario minaccioso, dato che Sicone deve temere un intervento carolingio. Sicone fa agire esattamente i napoletani alle sue condizioni: consegnare ostaggi, pagare un tributo, accettare  la detrazione  economica e monetaria del vincitore, perdere le loro preziose reliquie, quelle del santo protettore.

Cinque anni dopo, il 4 luglio 836 , i Napoletani negoziano di nuovo con Sicardo stavolta; il principe di Benevento concede la sua grazia e accenna al tributo pagato.

Il trasferimento è infine oggetto di una translatio vergata a Benevento che ricorda l’ episodio come quasi indipendente dal contesto militare: l’assedio viene solo rapidamente menzionato come semplice riferimento cronologico e tutto è subordinato all’esplicita volontà del santo di andare via da Napoli. Il santo afferma di desiderare di raggiungere il suo gregge a Benevento, ed è soltanto in conseguenza di questa volontà superiore che il principe concepisce il progetto di trasferimento. Il popolo della città risponde a questo desiderio del santo portandosi unanimemente incontro a lui.

In questo episodio dell’831, quindi, il trasferimento di reliquie s’inserisce in un contesto di vittoria le cui conseguenze sono negoziate (e rinegoziate nell’836) frutto di un compromesso.

Le catacombe a Napoli rimangono nei secoli IX-X centro della devozione cittadino verso il santo, esattamente come le reliquie fossero ancora sepolte li.

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