Benevento, cenacolo religioso tra VII e IX secolo

Dopo la conversione dei longobardi dall’arianesimo al cattolicesimo, dovuta in gran parte al vescovo Barbato che era, probabilmente, un missionario, inviato da Roma nella seconda metà del VII secolo, assistiamo al distacco dei longobardi dalle antiche pratiche cultuali, intrise di superstizioni e di naturalismo, e ad una progressiva consapevolezza di vita religiosa.

Inizia il periodo longobardo in cui duchi e nobili erigono e dotano monasteri e chiese, traslano reliquie di santi – come quelle di san Mercurio – e diffondono culti popolari, come quello di san Michele Arcangelo, protettore della patria beneventana. La duchessa Teodorata, nel 663, aveva fondato il monastero di San Pietro. Tre beneventani, Taso, Paldo e Tato, all’inizio dell’ VIII secolo avevano fondato il monastero di San Vincenzo al Volturno, mentre il duca beneventano Gisulfo, creava le basi economiche e di sussistenza per la rinata abbazia di Montecassino. Il principe Arechi dopo aver fondato il monastero di Santa Sofia in Benevento e San Benedetto ad Alife e a Salerno, insieme con sua moglie Adelperga e con Paolo Diacono, aveva dato vita ad un cenacolo di grande attrattiva sugli uomini della seconda metà del secolo VIII: personalità di eccezionale rilevanza, come il franco Ambrogio Autperto, il grande vescovo beneventano Davide.

I re longobardi si sentivano essi stessi interpreti e  strumenti carismatici della volontà di Dio, per cui era ben limitato lo spazio riservato ai vescovi, al clero e nessuna norma regolava il guidrigildo per loro – la tassa da pagare in caso di danni rivolti ad essi. I capitolari di Arechi, infatti, contemplano il guidrigildo per i crimini a danno di religiosi, di diaconi, di sacerdoti e di abati. 

Nel secolo IX qualcosa cambia. Il principe Adelchi , infatti, nella stesura dei suoi capitolari nell’866 convoca nel sacro palazzo il vescovo Aione che, viene coinvolto nei compiti legislativi: il vescovo assume una dimensione nuova, quella di collaboratore e corresponsabile nello stesso apparato statale.  Nei secoli successivi alcune prerogative dei vescovi beneventani si avvertono particolarmente radicate:  l’uso della tiara rotonda, propria del pontefice romano che si può vedere raffigurata in uno dei pannelli della porta bronzea dell’antico Duomo, o l’uso, da parte del vescovo di farsi procedere dall’Eucarestia o ancora l’atto di ricevere il manipolo, paramento sacro oggi abolito,  non immediatamente prima dell’inizio della messa, come comunemente avveniva , ma dopo la recita del Confiteor. Quando il pontefice Paolo II, nel XV secolo, vietò alla chiesa beneventana alcune di queste usanze, ebbe a precisare che nessun documento pontificio aveva mai autorizzato siffatti privilegi.

Frammentarie e lacunose sono purtroppo le notizie riguardanti l’elenco dei vescovi e la vita che intorno ad essa si animava e si muoveva. La figura del vescovo vive spesso in penombra, una penombra accresciuta dal fatto che nell’episcopio non sempre esiste una scuola, un capitolo o un cronista. A questa realtà sfuggono solo alcune figure di forte personalità come Davide nel secolo VIII e Orso, Aione e Pietro nel secolo IX.

Il vescovo Davide, forte personalità politica e culturale, sul finire del secolo VIII con il suo sermone istituì il 18 dicembre una festa sconosciuta e non celebrata nella Chiesa romana, una festività mariana.

La figura di Orso è molto importante perchè sotto il suo episcopato ad opera del principe Sicardo, vengono portate a Benevento le reliquie di s. Bartolomeo collocate in una cappella collaterale alla cattedrale (838). Sotto il suo episcopato vengono traslate anche la reliquie di s. Felicità, di s. Modesto,di s. Marciano e di s. Trofimena.

Aione (871-886), figlio del principe Radelchi e di Caretrude, consigliò a suo fratello Adelchi  di liberare l’imperatore Ludovico II. L’epigrafe di Caretrude lo definisce come un orgoglio per questa madre, “generatrice del vescovo, di principi e altre personalità autorevoli e sagaci”.  

Il vescovo Pietro dovette ricevere due volte l’esilio a Salerno, il suo corpo fu sepolto a Benevento, essendosene trovati la croce e il sepolcro nell’ottobre 1950, con inciso appunto il suo nome.

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